Uzbekistan

Ogni cosa ha un inizio e una fine, allora, al posto del c’era una volta,
si partirà dalla fine, dallo stacco delle ruote di un carrello d’aereo che si sollevano e si chiudono nel suo ventre. Seduti sul sedile si scruta il cielo, l’orizzonte, senza alcun punto di riferimento, persi nei pensieri si chiudono gli occhi e si riavvolge il nastro di ogni singolo istante nella mente, nella stanza dei ricordi di un luogo da mille ed una notte. Allora si propone un gioco: chiudete gli occhi per un lunghissimo istante e fatevi trasportare da questo breve racconto in una terra asiatica dalla storia millenaria e affascinante.

Come affermava un poeta: “La bellezza è la vita quando la vita svela il suo Santo volto; ma voi siete la vita, e voi siete il velo. La bellezza è l’eternità che si contempla allo specchio; ma voi siete l’eternità, e voi siete lo specchio” (Gibran).

Accolti da 6 ore di viaggio e 3 di fuso orario si giunge a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan e già si penso a cosa si andrà incontro. Si recuperano gli studi scolastici e nell’amore infinito della storia si ricollega  ogni frammento di un puzzle gigante. I viali enormi sono di primo, grande impatto e non riportano ad un ex stato dell’Unione sovietica ma ai grandi boulevard americani, immense corsie invase da macchine, bus, edifici immensi, grandi alberghi, nuove costruzioni da finire come una città ancora in evoluzione con il suo potenziale pronto ad esplodere. Eppure sono solo passati 28 anni dall’indipendenza. Non è Dubai artefatta, non è New York che non dorme mai, ma una città vera fatta di gente autentica e cordiale, in ogni momento. I nostri rendez vous per gli accordi da suggellare si mescolano al rito del tè in ogni singolo istante, e già questo ammalia i nostri occhi per l’uso di ceramiche dai mille colori, dagli odori e dal gusto così mediorientale, trapassato di secolo in secolo, dagli ottomani ai russi, senza perdere mai la cadenza del tempo; tra i bazar, dove ogni cosa si fonde tra spezie profumate, abiti in stile nomade, tartaro, arabo, russo, occidentale con un caleidoscopio di colori. La metropolitana degna di una qualsiasi città nordeuropea, con le sue tre uniche linee ben curate, come del resto lo sono i giardini enormi, le siepi e i fiori giornalmente curati con minuzia certosina. Caos in autostrada, che poi autostrada non è: si parte alla volta di Gulistan, meta per gli studi tecnico-biochimici, scientifici e alimentari dell’Università:
qui, dopo il solito rituale, veniamo trasportati in lungo e in largo come divi del jet set.
Ogni persona vorrebbe un pezzo di noi, si aprono all’amore, parafrasando ancora Gibran, alla voglia di conoscere ciò che viene da lontano.

Sulle grandi arterie venditori ambulanti di ogni tipo di frutta, come le fragole, riportano all’infanzia, a quando erano i nostri padri a coltivarle e avevano gusto e corposità.
Il sistema rurale, retaggio del soviet supremo, sembra più tangibile, comunità tipo kibbutz israeliani, terre coltivate, donne in abiti multicolore nella gestione della quotidianità.
È quasi sera, arriviamo nel luogo incantato di Samarcanda e i nostri pensieri non possono che arrivare ad Alessandro Magno, a Marco Polo, Aladino e alle notti d’Oriente.
Siamo impazienti, i nostri occhi bramano e quindi ci incamminiamo in tre come dei magi erranti in una città mai conosciuta alla scoperta dei resti della dinastia Teimuriana, di colui che ha dato lustri a questa terra e ha messo il punto nel grande libro della storia.

Il Registan e le sue madrase ci sorvegliano come dei militi di guardia, ma è notte e il suo effetto è debole, mai come di giorno. Colori sgargianti, cupole color del cielo, mille sfaccettature che con un tipico sole sembrano brillare di luce propria. Camere funerarie invase da mille e più visitatori, immense scolaresche e tanta gioventù che neanche nei sabati primaverili Roma può vedere.

Fortunatamente non piove. C’è un’aria frizzante. Ci dirigiamo in un luogo mistico per l’Islam locale, Chinoir, e ci arrampichiamo per strade impervie con ruscelli ai lati ed il muazim ci invita alla preghiera: le nostre “donne”, velate in senso di riverenza  mistica, e qui l’acqua è il denominatore comune per loro come per noi cristiani, tutto si ricongiunge, amore allo stato puro, perché senza di esso non ci sarebbe fede nell’accettazione. Samarcanda è ancora più bella con il sole, c’è vita, c’è voglia di festa, balli, cori, fotografie, storia e luce che risplende, ma con gran dolore, perché dobbiamo rientrare a Taschen. Ci attendono cinque ore di cammino con ben due soste perché la vendetta di Montezuma ha colpito un po’ tutti: anche questa esperienza si rivela un momento di ilarità. Ultimi giorni di accordi importanti, il vero fulcro di questa sortita  far away.
Eccoci è ora. Il rullio dell’aereo, le ruote si staccano, si vola a casa.
Torniamo carichi di speranze per ciò che è stato fatto, per ciò che verrà,
di tutti i luoghi che abbiamo violato con i nostri sguardi e cercato di godere appieno;
e come detto ad un’amica di ventura, tutte le foto e le riprese fatte per ricordare quegli attimi, anche le migliori di esse, non potranno mai far rivivere ciò che l’occhio ha trasmesso in eterno al cuore e alla mente.

Ragmat...

Claudio Fattorini

 

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